RACCONTO GRATUITO

La regina degli Elfi

Un racconto gratuito di Alessandro Marinelli

Immagine di copertina del racconto La regina degli Elfi

“Complimenti Antinori, Lei ha inviato il curriculum ed è stato subito assunto” Melengoni fa una pausa sorridendo e sistemandosi la cravatta, “le presento i suoi nuovi colleghi, allo Sviluppo Pa, precisamente gestione Protocollo, prego le faccio strada”.

La sequenza di lunghi corridoi lascia spazio all’enorme Open-Space in cui l’ignaro programmatore viene subito fagocitato.

“L’accompagno subito dalla persona con più esperienza, noi la chiamiamo la regina degli Elfi”, agitando le mani a destra e sinistra si produce in una risata dal suono affabile, “ecco è qui in fondo”.

In effetti il corpo fino fino di Antinori si insinua nell’ultimo cubicolo, il più grande, un odore di menta piperita gli pervade le narici, come un ricordo ancestrale di selva dal sapor di rugiada.

La regina, accovacciata sulla tastiera, si desta dal suo stato di digitazione perenne e con i suoi grandi occhi osserva incuriosita il nuovo essere, che viene introdotto per il meglio.

“Mag ti presento il nuovo assunto, Italo Antinori, è qui per il posto di programmatore baby, fresco fresco appena uscito da qualche interfaccia a combolista, ah ah” questa volta la risata è aperta e si affievolisce mentre Melengoni si allontana salutando con la mano.

L’euforia si sprigiona dai pori della Regina: “Nori, arrivasti dunque, prendi un sacro scranno e siediti qui al mio cospetto!”

Italo impiega qualche decimo di secondo, forse più di qualche, per capire cosa deve fare e soprattutto accettare il fatto che gli è stato dato già un soprannome, Nori.

Dall’alto della sua giacenza, la regina indica una sedia pieghevole, incastrata tra il muro e un grande pannello ligneo con sopra intagliato un albero bellissimo e frondoso.

Egli si scuote dal torpore ed esegue il primo comando della sua nuova vita, con non poca fatica estrae la sedia e dopo essersi seduto sgrana gli occhi per prepararsi alle parole della regina.

“Benessum, dunque, qui si fa il Protocollo, le regole sono poche, oggi le imparerai tutte e tre.” Le dita affusolate della mano destra della regina sembrano benedirlo, ma servono solo a contare.

Il pollice rimane da solo a puntare verso l’alto.

“Numero Uno: l’attesa del Protocollo è il Protocollo stesso.”

Nori annuisce, vorrebbe prendere appunti ma si è dimenticato di aprire la borsa in pelle. La stringe al petto come fosse l’ultima cosa reale che lo tiene ancorato al mondo logico e imperativo che conosce.

Il dito indice si spiega.

“Numero Due: bisogna struccare il bùttun poi il programma pirizumpa un po’ e alla fine dei cicli, ecco fatto che si stacca il numero.”

Nori si è perso e l’unica cosa che vede è l’ondeggiare dei lunghi capelli ricci della regina, ricordo dei verdi salici di Bosco Mesola.

Di nuovo le tre dita stese.

“Numero Tre: la lista degli errori esce e bisogna mettersi lì a fare Celo Buso Manca.”

Le braccia si allargano e corrono lontane dal corpo.

“Benessum, et capè?”

Nori in realtà non ha capito nulla, e la bocca leggermente aperta a prender dentro mosche immaginarie ne è la prova. Per la prima volta da quando è entrato sente il bisogno di parlare: “Mi avevano detto che avrei sviluppato in Java, più precisamente in Groovy, oracle come DataBase su server Linux.

La regina si fa seria, si alza e dall’alto della sua imponenza la sua bellezza si fa oscura, come un giorno di sole interrotto bruscamente da neri nuvoloni e grandi gocce di fredda pioggia.

“Qui Noi non usiamo quel linguaggio e te ne proibisco l’uso d’ora in avanti. In questa valle,” con una mano mostra il suo cubicolo e quelli limitrofi “noi frusciamo e sciabordiamo come il mare su bianche scogliere, il nostro compito è levigare non smartellare, picchettare se serve, ma mai e poi mai rompere la sacralità del Protocollo, se i tuoi sentimenti non sono puri, il Protocollo se ne accorge e frigge e scaloppa producendo innumerevoli Tickettii, come un sasso che cade in una polla di acqua limpida.”

Si ferma alcuni secondi osservando i suoi sudditi, nessuno osa incontrare i suoi occhi quando è tempesta.

“Ah ho capito!” risponde in un sussurro Nori.

“Ne dubito ma per oggi è tutto.” La regina si ricompone, ingoia una gemma di menta piperita e torna il sereno.

Tutti nei cubicoli tirano un sospiro di sollievo.

Il povero Nori rimane attonito, non sa se andare o rimanere, parlare o stare zitto, in suo soccorso arriva il Marinelli.

“Ah eccote Antinò, daje viette a prenne un caffè va!”

“Ma io dovrei…”

“No mo te piji er caffè.”

“Ma io non bevo caffè!”

L’ultima frase gela l’intero Open Space, tutti, ma proprio tutti si rivolgono verso il malcapitato con uno sguardo ostile. Alcuni si avvicinano mostrando i denti, altri imbracciano la tastiera bluetooth.

Dietro di lui l’odore di menta piperita è xilitolo è più forte che mai.

Marinelli con voce calma si rivolge alla platea, “Calmi, calmi è n’pischello, è crudo ancora, mo’ je imparo io.”

Si avvicina all’orecchio di Nori e sussurra: “Mo vieni con me e te prenni un cazzo de caffè, ‘na bevanda al gusto de cioccolato, se sei giapponese un Ginseng, ma non devi parla’ co’ nessuno e soprattutto nun tocca’ il macchinario, ce penso io, poi un giorno te racconto.”

Nori è stralunato, occhiaie ambrate sono comparse intorno agli occhi, la borsa di pelle sembra pesare una tonnellata e ricade insieme al braccio lungo il corpo.

Gemendo sommessamente inizia a seguire il Marinelli che lo scorta fino al piano superiore. Arrivati in sala mensa, gli scuce due parole per rincuorarlo, come fece il suo capo anni prima quando fu assunto: “Antinò nun te preoccupa la programmazione all’inizio è difficile, sembra impossibile, poi peggiora!”